“La differenza è uno stato scomodo”

Conformarsi, uniformarsi, assimilarsi, somigliarsi…

Chi di noi non ha trascorso gran parte della propria vita, privata e professionale, nel tentativo di integrarsi in un determinato habitat, di farsi accettare o notare.

Siate sinceri, quante volte vi siete auto giudicati inadeguati, carenti, diversi, incompresi,basandovi su di un conformismo che adorate contestare ma di cui non potreste mai fare a meno?

Essere accettati è la principale delle nostre tensioni, è il principio dei nostri obiettivi. A tal punto che non siamo in grado di definire obiettivi fino a che non ci siamo integrati in un tessuto sociale, o in un contesto professionale. Dobbiamo innanzitutto sentirci appartenenti ad una società, ad un’elite, dobbiamo classificarci, circoscriverci, ascriverci. Conditio sine qua non.

Non sappiamo chi siamo ma vogliamo l’inclusione sopra ogni cosa. Vogliamo essere categorizzati. Perché siamo convinti che la categoria ci qualifichi, ci faccia guadagnare una posizione, una rispettabilità.

Non amiamo la diversità. Ancora una volta, siate onesti con voi stessi. Il diverso, quello vero, non è facile da digerire, checchè ne dica il buonismo tanto in voga ai giorni nostri.

Essere il diverso, scegliere di rappresentare la diversità, finanche incarnandola, differenziarsi dal pensiero massificato andare contro le correnti del comune denominatore benpensante, non è cosa per tutti. Richiede consapevolezza, cultura, competenza, equilibrio, valori. Scelte. Quanti di voi saprebbero scegliere coscientemente di osare staccarsi e all’occorrenza contraddire i dictat delle comunità che tanto vi sono indispensabili per affermarvi? Chi mai prenderebbe in esame di mettere un piede nelle sabbie mobili delle relazioni, invece che adagiare il di dietro nell’ovatta dell’apparenza?

La differenza è uno stato scomodo. La differenza non accoglie, respinge. E in questo suo rifiuto getta le basi per abbracciare solo i più valorosi.

Perché si fa presto a farne una bandiera; è una ricetta che affascina tanti, quella del “fare il diverso”. Ma la diversità non è una presa di posizione, non si traduce nell’antitesi a prescindere. E quindi non può essere uno stile di vita. La diversità comporta dei rischi.

Retorica? Andiamo sul pratico, allora. Laddove tutti gridano, parliamo a bassa voce: desteremo curiosità. Dove impera l’urgenza (ma son sempre tutti in ritardo!), usiamo il tempo come nostro complice, non come un ostacolo. Quando il comandamento è apparire, fare, avere, mostrare, preferiamo il sentire. Se tutto il mondo è in guerra, selezioniamo i nostri campi di battaglia. Dove tutti cercano di rassicurare il proprio ego, tendiamoci qualche agguato.

Diverso è l’uomo che non urla. Sussurra, invece. Diverso è colui che non occupa spazio. Lo usa, invece. Diversa è la mente che non subisce. Sceglie, invece. Differente è l’essere che non ripete il detto. Lo plasma, invece. Differente è l’uomo che non si adatta. Si evolve, invece.

Invece…


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